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 Survival Kit
rant tecnomistico con finale quasi a sorpresa
di Dj Neuro
 

Un clone di Bettie Page mi fissa attraverso la nebbia attaccaticcia dell'hinterland. Io non sono qui. Il tavolino di Slime con Vermi solidificato è reale. Il Mottarello Elettrico carico che nascondo nella tasca del trench nero è reale. Il pacchetto di stati d'animo con cui la ragazza giocherella nervosamente è reale. Certo. Ma io non sono qui. E vorrei sapere perchè.

La foschia avanza, resta impigliata nei capelli color formalina del barista che indica con un cenno la mia fetta di bancone, vuota: allora prendi qualcosa o devo dire a mamma di sbatterti fuori? Io scrollo le spalle come per dirgli fai tu ma lui non capisce e mi costringe a dirlo ad alta voce: fai tu guadagnandomi così un ghiacciolo al tofu. C'è di peggio, mi dico con scarsa convinzione e affondo i denti nel freddo sintetico che sa di tutto meno che di tofu. Per fortuna.

Tre sgabelli più in la Bettie Page si tocca le tette. Probabilmente era un uomo prima di entrare ai laboratori Mattel. Ce ne sono parecchi in giro di questi tempi, di tipi così. Si sentono soli, si fanno mettere un bel paio di tette e poi restano in casa tutto il giorno a toccarsele. O a fare amicizia coi loro genitali nuovi fiammanti. Finchè non si stancano e spendono fino all'ultimo credito per farsi rimettere nel loro vecchio corpo. Gesù.
Bettie intercetta il mio sguardo, equivoca, viene a sedersi accanto a me beccheggiando pericolosamente sui tacchi a spillo. Un sorriso storto con le labbra arricciate e i denti scoperti. Anche il mio cane immaginario fa così, certe volte. Poi, in genere, cerca di mordermi. Speriamo bene.

Ciao, mi chiamo Marco, faccio il commercialista e il sorriso peggiora, diventa una smorfia disperata da preinfarto: dev'essere fresco fresco di operazione se non riesce nemmeno a controllare i muscoli facciali. Io non dico niente e il tempo si dilata lungo una crepa sottile nel plexiglass dei miei occhiali scuri, così sottile che devi sapere che c'è per accorgertene. Ma c'è. Già non poco scocciata, Bettie insiste ho detto: ciao, mi chiamo Marco, faccio il commercialista. In ogni caso, io non sono qui.

Questo te lo manda quel signore là sbuffa il barista e un ronzio annoiato del suo polso cibernetico Pez sparacaramelle mi indica la persona mentre qualcosa da bere che non ho ordinato si materializza davanti a me in una tazza di pietra pomice.
 
Grazie, rispondo laconico guardando brevemente l'uomo che siede in fondo al locale sotto uno schermo a parete su cui si rincorrono mute le immagini di un documentario in bianco e nero sulla salmonellosi. Io non sono qui, mi ripeto. Bettie Page fruga affannosamente nel pacchetto in cerca di uno stato d'animo adeguato alla situazione e per un'assurda, terrorizzante frazione di secondo mi chiedo se non sia un sicario della Polistil.
 
Tutto è possibile. Certo. Una parte di me sperava che, dopo tutti questi anni, avessero seppellito l'ascia di guerra, ma probabilmente mi sbagliavo e...
Scuoto la testa e mi dico cerchiamo di razionalizzare.
 
Forse sono solo paranoico. Forse no. E forse non sono nemmeno qui. Comunque sia, con movimento fluido del pollice sposto il selettore della potenza del Mottarello sul massimo. Nel caso avessi ragione, venderò cara la pelle...
 
Fuori, la notte è ardesia intonacata di paure tecnomistiche. 
Tanto per cambiare.
Voleva parlarmi? chiedo e l'uomo davanti a me stira le labbra flaccide in una smorfia paradossalmente simile al sorriso sfasato di Marco, che fa il commercialista e vive nel corpo clonato di Bettie Page. Ha un completo di lurex scamosciato che probabilmente costa più di tutte le case del mio rione messe insieme e uno sfigmomanometro Vichy alla novocaina avviluppato attorno all'avambraccio destro.
 
Una sintetica senza involucro esterno preme la pompetta fluorescente con aria assorta, come se stesse pensando ad altro. Profuma di silicio e caffeina, come tutti i sintetici, gli occhi azzurri che essudano un chiarore spettrale, tatuaggi temporanei sul volto cascante del suo padrone. Nessuno mi invita a farlo, ma prendo posto davanti all'uomo e rimango ad aspettare. Mentre affronto con una certa considerevole dose di diffidenza un'altra sorsata di Tekila Atomik (la producono a Vicenza) e coloranti aggiunti dal barman (li producono nel Borneo) l'uomo si decide a parlare.
 
E così lei è il famoso Mike Parnaso, dico bene?
Mi stringo nelle spalle anche se non sono qui.
Poi: dipende. E comunque non mi pare di essere così famoso. Potrei far scattare il Mottarello in qualsiasi momento e sono pronto a usarlo se le cose dovessero mettersi male. Non sarebbe la prima volta. Che cosa vuole da me?

La sintetica fa uscire l'aria dallo sfigmomanometro, inserisce un'altra fiala di novocaina e ricomincia a premere la pompetta. Mi chiedo che aspetto abbia, quando ha addosso anche la pelle. La guardo meglio e noto il logo limato malamente della Disney Interactive & Robotics ancora leggibile sul metallo opaco di un tendine a vista del collo.
 
Un modello illegale, certo. 
Biancaneve o Cenerentola o Pocahontas o Belle con i circuiti inibitori mandati in corto, una scheda Microsoft Acrobatic Nymphosult 2095, qualche altra piccola modifica e il gioco ? fatto...
 
Certi ricchi depravati impazziscono per questa roba.
Mi sforzo di non pensarci e di fingere di non avere la nausea.
Non sono qui, non sono qui: ma crederci sta diventando sempre più difficile.
Lei se le ricorda bene le scuole elementari? mi chiede l'uomo.
Ha una voce strana, come ghiaccio tritato e chiodi piantati in un cd di merengue .
Onestamente no rispondo e mi stringo nelle spalle.
Quindi non si ricorda di mio figlio Beowulf?
Altrettanto onestamente no, non mi ricordo di nessun Beowulf.
Dove cazzo sta cercando di arrivare?
Stringo le dita attorno all'impugnatura del Mottarello.
Spero per lui che questa conversazione si concluda al più presto.
E senza spargimenti di sangue.
Beowulf, invece, si ricorda molto bene di lei.
E con ciò?
Lei era quello che non si lasciava mai picchiare da mio figlio durante la ricreazione, dico bene?
Gli occhi dell'uomo scintillano nella semioscurità.
Innesti. Dio solo sa a che cosa possono servirgli.
Continuo a non ricordarmi di suo figlio, ma non mi è mai piaciuto farmi malmenare, nemmeno da bambino, e quindi potrei essere io. Perchè?
Deve sapere che Beowulf non si è mai ripreso dal trauma e che oggi...
Quale trauma, scusi?
Dal trauma dovuto al fatto che lei, signor Parnaso non gli ha mai permesso di picchiarla! sibila il mio interlocutore, il cd di merengue com'era prevedibile va in pezzi e dal ghiaccio tritato comincia a traspirare un'emozione che non mi piace per niente: odio.
E, se è lecito, io cosa ci posso fare?
Beowulf oggi è un uomo distrutto. Non è riuscito a combinare niente nella vita. Voleva entrare nell'esercito, magari prendere il potere con un colpo di stato in un piccolo paese del Terzo Mondo, governare con giustizia ma con fermezza ed essere amato dal suo popolo. Ma per tutti questi anni non ha fatto altro che pensare a lei. E ingrassare. Oggi Beowulf pesa novecento chili, si muove solo grazie a un esoscheletro in titanio simile a quelli che utilizzano gli addetti alla manutenzione delle stazioni orbinati. L'ho cercata per anni, signor Parnaso, ho speso una fortuna per rintracciarla...
Ed è venuto qui a Cologno solo per dirmi questo?
Gli occhi artificiali del mio interlocutore sono ridotti a due fessure picroscopiche, è come se mi stesse fissando dall'interno di un batiscafo.
Anche la sintetica si accorge della tensione e smette di schiacciare la pompetta, mi guarda come se volesse dirmi qualcosa. E infatti mi dice qualcosa. Prima che il suo padrone possa disattivarla sussurra: ah sì, così, i sogni son desideri, ah sì sì sì, ancora, dammelo tutto! Dannate schede Microsoft! Forse era un avvertimento, ma la sintetica non può esprimersi diversamente. Comunque insiste, disperatamente: Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, sì, sono la tua troia, sono la tua troia, sono -
Cristo,  anche il Modulo Mary Poppins Plus '98... certa gente dovrebbero sbatterla in galera e buttare via la chiave di accesso...
STA' ZITTA! ringhia il padre del compagno di elementari di cui, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a ricordarmi (Beowulf?) e il comando vocale è sufficiente: gli occhi azzurro-Disney della sintetica si spengono di colpo. L'uomo si schiarisce la gola e si sporge verso di me, lo sfigmomanometro che gli penzola dal braccio come una protesi inutile, dimenticata, obsoleta. No, signor Parnaso, non sono venuto qui solo per raccontarle la storia di Beowulf e metterla di fronte alle sue responsabilità. Sono qui per farle una domanda molto, molto importante...
Ovvero?
Ovvero: ma non si sente in colpa neanche un po'?
NO!
E non riesco a ricacciarmi in gola la risata.
L'uomo diventa paonazzo.
Io non sono qui.
Ma continuo a ridere.

Signor Parnaso, sono io che ho pagato quella prostituta taiwanese perchè le asportasse un rene dopo una notte di sesso infuocato, tre anni fa, mugola fumante il padre di Beowulf, cercando (o sperando) di impressionarmi.
Già, ma senza successo. Credo che lei non abbia considerato il fatto che sono sposato e monogamo e che anche prima di sposarmi non ero solito frequentare prostitute. Ho sentito subito la puzza di bruciato. Non è stata una grande idea dirle di fingersi una venditrice porta a porta di enciclopedie... credo che viva ancora dietro quel bar di Città del Capo, l'ultima volta che l'ho vista cercava di sbarcare il lunario organizzando combattimenti clandestini tra Tamagochi. Una storia triste. Gli strizzo l'occhio, per il puro gusto di dargli sui nervi. Ed entrambi i miei reni sono ancora al loro posto.
L'uomo si alza di scatto, agguanta la sintetica per i capelli. Mi punta contro un indice sicuramente scarico e minaccia, non finisce qui, signor Parnaso, ci rivedremo. Questa era la sua ultima possibilità per rimettere le cose a posto con mio figlio! Da stasera ha un nuovo nemico, un nemico molto potente!
Lei? chiedo, con un'ombra di divertimento che mi indugia nella voce.
Sì! E mia figlia, la sorella di Beowulf!
Bettie Page caracolla impacciata sui tacchi e ci raggiunge.
Cristo, avrei dovuto capirlo subito.
Ciao, mi chiamo Marco, faccio il commercialista, recita con aria di sfida, facendosi il verso da sola. Ce la pagherai cara, credimi, razza di bastardo!
Certo, certo e ricomincio a ridere, osservandoli. Padre e figlia raggiungono l'uscita tirandosi dietro la sintetica in sleep-mode senza riattivarla e senza pagare il conto.
Io non sono qui, forse tutto questo non è reale.
Nemmeno il tavolino di Slime con Vermi; nemmeno il ronzio ammorbante degli amplificatori spirituali del Ratzinger, la discoteca dei cattolici dove si spacciano rosari lisergici e santini alla mescalina; nemmeno il dirigibile Tassoni che vaga senza sosta nel cielo sopra la città come un abnorme ovale di fuoco freddo recitando storielle zen tra uno spot pubblicitario e un invito governativo a cominciare una nuova vita ai lidi ferraresi (come se non fossero radiottivi, poi...); nemmeno il chiarore color albicocca del Norton Aesthetic Commander 4.03 con cui la guardarobiera del locale si sta praticando un'annoiatissima liposuzione; nemmeno le zaffate sintetiche impigliate nella capigliatura del barista...
Ma per sicurezza lascio un paio di crediti stropicciati sul bancone. E' ora di levare le tende.

Fuori, Cologno sembra catrame tiepido ripieno di canditi. L'aria sa di sashimi e scarichi industriali e, anche se forse tutto questo non è altro che una simulazione, un vaneggiamento digitale indotto dalla droga, un innesto di memoria distorto o un brutto doposbronza jackato alla macchina sbagliata in un qualche punto non segnato sulle carte del deserto del Nevada, per qualche strana ragione mi sento soddisfatto.
Rimetto la sicura al Mottarello Elettrico e controllo l'ora. Sono quasi le dieci.
E pensare che una volta qui era tutta campagna, mi dico prima di incamminarmi verso casa.